2. Satavadhani (1888-1893)
Quando il piroscafo Clyde lascia il porto di Bombay per Southampton con a bordo Mohandas Gandhi, il giovane è preoccupato: ha osato lasciare tutto per sfuggire a un destino mediocre, ma non ha la minima idea di come potrà guadagnarsi da vivere, anche con una laurea. L’hanno spinto a studiare da avvocato, ma detesta parlare in pubblico. E poi, quel titolo di studio è ancora tutto da prendere. Lui parla malissimo l’inglese, non sa niente di niente dello stile di vita britannico. Non è neanche tanto sicuro di avere abbastanza soldi per mantenersi per tutta la durata degli studi.
Una volta a bordo, si rende conto di non vivere sullo stesso pianeta degli altri passeggeri: il viaggio dura tre settimane e lui si sente a disagio. Incrocia essenzialmente alcuni funzionari britannici e militari con le loro famiglie: non capisce niente della loro lingua, del loro comportamento, del loro modo di vestirsi. La prima sera, mette l’abito di flanella bianca comprato a Bombay e quando entra nella sala ristorante così conciato le donne si scansano; si mette a tavola, guarda il menu come se fosse un rebus, vede gli altri servirsi di coltello e forchetta, mangiare carne e bere alcolici. Si alza, si ritira in cabina e per tutta la traversata si nutre solo di frutta presa in cucina e dolcetti preparati da sua madre. Fa anche la conoscenza di altri giovani indiani partiti come lui per studiare a Londra.
A metà settembre del 1888, mentre la nave attraversa il canale di Suez, a Costantinopoli è siglata una convenzione internazionale che dichiara il canale neutrale, «libero e aperto, in tempo di guerra come in tempo di pace, a tutte le navi mercantili o da guerra senza distinzione di bandiera». In realtà, questa formula diplomatica mira solo a giustificare la presenza inglese sul canale per garantirne l’apertura, assicurando alla Gran Bretagna un controllo assoluto sulla nuova via delle Indie.
Il 28 settembre 1888, in vista delle coste inglesi, Mohandas rimette l’abito di flanella bianca per sbarcare a Southampton. È autunno. Fa freddo. Nessuno si veste più così. Nuova umiliazione.
Il giorno dopo arriva a Londra, la capitale del più grande impero del mondo. Qui scopre la prima metropolitana, una folla e un’abbondanza sconosciute. Ma è anche una città minacciata. I rivali tedeschi, francesi, americani si fanno più pressanti: nuove tecnologie, scoperte sempre più importanti hanno determinato una speculazione azionaria, che nel 1882 ha provocato dei fallimenti che annunciano il futuro declino della Gran Bretagna in favore degli Stati Uniti d’America.
Mohandas si reca al Victoria Hotel, uno dei più grandi di Londra, dove risiede il dottor Pranjivan Mehta, un medico giaina laureato alla facoltà di Medicina di Bombay, del Kathiawar come lui, amico di amici di famiglia, che all’epoca risiede a Londra e per il quale ha una lettera di presentazione. Traumatizzato dall’impatto con la città, Gandhi si chiude in albergo per due giorni interi. Il dottor Mehta gli spiega in cosa gli inglesi sono molto diversi dagli indiani: «Qui non si deve mai toccare quello che appartiene agli altri; non bisogna neanche fare domande; bisogna parlare solo a bassa voce, dire “signore” a tutti, senza però assumere un’aria ossequiosa come si fa da noi quando ci si rivolge agli inglesi»154.
In seguito Mohandas va a trovare un altro amico di famiglia, un bramino anche lui della regione del Kathiawar, di nome Shukla, che ha preso in affitto una camera presso una famiglia del quartiere di Richmond. Shukla gli spiega a sua volta: «Gli inglesi sono fondamentalmente diversi da noi: loro parlano con orgoglio del loro paese, cosa che per noi non ha senso; si curano con medicine, mentre a noi basta meditare; parlano continuamente di sesso, che non è un argomento di conversazione. Se vuoi sentirti a tuo agio qui, fa come loro e, per cominciare, mangia della carne»109. Quando Mohandas protesta e cita la promessa fatta a sua madre, l’altro ci ride su: un giuramento fatto a una vecchia analfabeta non ha alcun valore, soprattutto in quella città che è avanti di secoli rispetto all’India! Ciononostante, Gandhi non si sogna nemmeno di rompere il giuramento! Shukla gli propone di dividere la stanza e lui accetta64.
Il giovane cerca un’università, prova con Oxford e Cambridge, si fa rifiutare, e infine arriva all’Università di Londra. L’anno accademico inizia a gennaio del 1889, quattro mesi più tardi. Nel frattempo, fa la bella vita, compra un violino da 3 sterline, segue corsi di danza e di oratoria, da cui secondo Shukla trarrà beneficio per i suoi studi da avvocato. Acquista degli abiti all’Army and Navy Store, impara a portare giacca, pantaloni a righe, bastone e cappello a cilindro64.
Nel novembre del 1888, poiché Richmond è lontana dall’università, va a vivere con uno dei giovani indiani conosciuti sul piroscafo, di nome Mazmudar, in una camera mansardata al 20 di Baron’s Court Street, a Kensington ovest, a casa di una vedova con due figlie, che gli ha consigliato il dottor Mehta109. Paga alla padrona di casa pasti che non consumerà e viene accolto molto bene; il giovane indiano sospetta pure che la vecchia signora voglia fargli sposare una delle figlie. Beve sì alcolici, ma resta vegetariano, anche se per lui è così difficile nutrirsi nella Londra dell’epoca109. Un giorno si ammala e un medico gli raccomanda di mangiare carne; lui rifiuta e controvoglia accetta di mangiare un uovo128.
Nel dicembre del 1888, il Congresso tiene la sua riunione annuale ad Allahabad; adesso si contano 1.248 delegati, ancora per la maggioranza bramini, finanziati da commercianti68. Il viceré (il cui mandato di cinque anni scade quell’anno), Lord Dufferin, che tre anni prima aveva salutato con calore la nascita del Congresso, adesso lo bolla come una «microscopica minoranza»68 nonostante sia ancora presieduto da un inglese.
Nel gennaio del 1889 inizia l’anno accademico allo University College di Londra. Mohandas sceglie il francese come lingua moderna e lo studio del calore della luce per quanto riguarda le scienze naturali109. Trova altri (pochissimi) studenti indiani: all’epoca sono 380 in tutta la Gran Bretagna, di cui 320 a Londra, quasi tutti studenti in Legge. Fa i suoi conti: ha già speso molto; la vita è cara; ogni manuale di diritto costa circa 10 sterline64. Il suo soggiorno perciò verrà a costare molto di più delle 5.000 rupie di cui dispone: ce ne vorranno circa 13.000! Suo fratello, che a stento riesce a sfamare tutta la famiglia (compresa Kasturba e suo figlio Harilal), gli scrive che non può assolutamente inviargli di più e che spera che i suoi studi si concluderanno presto e bene.
Mohandas riduce le spese di vitto, alloggio e trasporto a 2 sterline al mese; rescinde la polizza di assicurazione sulla vita sottoscritta alla partenza a Bombay; trova il modo di procurarsi gratuitamente tutti i manuali di cui ha bisogno in diverse biblioteche e redige perfino un piccolo vademecum in cui spiega come fare, per gli altri studenti indiani64. Tra questi si fa i primi amici. Fa anche la conoscenza di alcuni studenti inglesi, tra cui Charles Ollivant, che partirà presto per l’India nel Covenant Service. Mohandas lavora sodo e scopre, come gli avevano detto a Bombay, che gli esami di diritto non sono così difficili a Londra, e che la percentuale dei promossi è alta.
Il suo primo fallimento (per colpa del latino) non lo scoraggia. Uno dei suoi professori, Frederick Pincutt, gli raccomanda di leggere di più, in particolare libri di storia, e di osservare la natura umana64.
Quell’anno, a Parigi, si celebra il centenario della Rivoluzione con un’Esposizione universale e l’inaugurazione di una torre metallica costruita da Gustave Eiffel. In Sudafrica Cecil Rhodes, figlio di un pastore protestante, partito per l’Africa a diciassette anni per curarsi l’asma, ottiene un permesso reale per lo sfruttamento delle miniere d’oro e diamanti, preludio all’insediamento dei coloni inglesi nel paese che porterà il suo nome.
In India (dove nasce il 14 novembre 1889 il figlio di Motilal Nehru, Jawaharlal, che diventerà uno dei principali compagni di Gandhi) la carestia continua50; il nuovo viceré, Henry Petty-FitzMaurice, riconosce come sola e unica causa della carestia la «fatalità climatica», mentre le colture da esportazione (oppio, iuta, tè, cotone, grano, riso), che rappresentano il 60 per cento delle esportazioni dell’India, privano l’agricoltura alimentare dei terreni migliori50. Bal Gangadhar Tilak, giornalista diventato caporedattore dei due quotidiani più importanti dell’India occidentale, il «Késari» e il «Mahratta», lancia una campagna di protesta; partigiano della conquista dell’indipendenza con la violenza, diventerà un grande dirigente nazionalista, compagno e grande rivale di Gandhi50.
A fine novembre del 1889, per fare ulteriori economie, Mohandas si trasferisce in un bilocale a Store Street64. A gennaio del 1890 conosce (rimanendone affascinato) un viaggiatore indiano, Narayanan Hemchandra, vestito di una dhoti, una sorta di pareo annodato a mo’ di pantalone, e di una camicia detta kurta: il costume tradizionale del Bengala. Molto più tardi, Gandhi se ne ricorderà e ne farà la sua unica tenuta. Narayanan gli parla della sua lettura quotidiana della Gita e dell’ideale di aparigraha (‘non possesso’): perché riempirsi di cose inutili? Gli fa scoprire la saccidananda, ovvero la percezione dell’esistenza di un “sé” presente nel cosmo indipendentemente dalla sua incarnazione nelle vite successive. È il primo serio incontro di Gandhi con l’immensità del pensiero di un hindu in ribellione dichiarata contro l’Occidente, in un momento in cui, al contrario, fa di tutto per integrarsi. Ne resta turbato, poi continua la sua vita come prima.
A febbraio si imbatte a Piccadilly Circus in Sir Pherozeshah Mehta, allora di passaggio a Londra, ma non osa andargli a parlare anche se ha una lettera di presentazione per lui64. Sir Pherozeshah è un modello per tutti i giovani indiani dei suoi tempi: parsi e zoroastriano, della prima generazione di indiani ad aver avuto successo negli studi in Inghilterra, è diventato un famoso avvocato a Bombay e aiuta molti giovani studenti della sua città a finanziarsi gli studi in Gran Bretagna. Ben presto rivestirà un ruolo importante nella vita di Mohandas, che non osa nemmeno andare a trovare l’altro grande avvocato indiano, Dadabhai Naoroji, che invece ha scelto di fare carriera nella vita politica inglese dopo aver presieduto il Congresso.
A giugno, dopo diciotto mesi di studi, primo successo: passa l’esame di ammissione, che gli permette di accedere all’ultimo anno dell’università di Londra. L’inglese lo parla meglio, ma con un forte accento gujarati che non perderà mai.
La scoperta della propria identità
A luglio, a corto di soldi, cambia casa ancora una volta e trasloca in un monolocale a Tavistock Street, a 8 scellini la settimana64. Nel quartiere di Farringdon Street scopre un ristorante vegetariano in cui si discute di teosofia. Oltre al primo pasto davvero conforme ai suoi gusti da quando ha lasciato l’India, qui ne trova la giustificazione teorica: fino a quel momento per lui essere vegetariano era solo un modo di obbedire a una promessa fatta alla madre. Ora scopre che è anche una disciplina del corpo e dello spirito, che trasformerà la sua vita. Con zelo da neofita, divora trattati di dietetica vegetariana che spiegano come la sede del gusto non sia la lingua, ma il cervello, e come il controllo della fame passi per la disciplina dello spirito.
In autunno, qualche mese dopo l’esame finale, si iscrive alla Società vegetariana di Londra, il cui motto è «Umanesimo, Prosperità, Salute, Felicità». Scrive (in inglese, che ormai padroneggia molto meglio) per il giornale dell’associazione, il «Vegetarian», nove articoli in cui descrive l’alimentazione, il sistema sociale e le feste indiane64. Diviene membro del consiglio direttivo dell’associazione e partecipa all’ideazione di un distintivo per i suoi membri. Diventa vicepresidente di un club vegetariano con sede a Bayswater e lì trova numerosi amici, tra cui il dottor Josiah Oldfield, il presidente, il dottor Allison, direttore del «Vegetarian», Howard Williams, autore di The Ethics of Diet, e Hills, un puritano, proprietario dell’azienda Thames Ironworks109. Conosce Henry Stephen Salt, che lo mette in contatto con il celebre Sir Edwin Arnold, autore di una bellissima biografia del Buddha, La luce dell’Asia4, e di The Song Celestial, magnifica traduzione della Bhagavad-Gita10. Quell’anno conosce anche Helena Blavatskij, la mistica russa fondatrice della Società Teosofica, ma rifiuta di aderire a quella che gli sembra una religione, diversa dalla sua. Assiste alle conferenze di un’altra illustre vegetariana irlandese, la dottoressa Annie Besant, che è appena entrata nella Società Teosofica e si appresta a partire per stabilirsi a Madras e vivere lì la sua passione per l’induismo. È una donna speciale; George Bernard Shaw, che la conosce bene, dice che è in grado di svolgere il lavoro di tre persone: organizzare, fare discorsi e scrivere. Mohandas legge due dei suoi libri, Why I Became a Theosophist e Hints on the Study of the Bhagavad-Gita. La incontrerà di nuovo venticinque anni dopo, in India, dove sarà sua avversaria al Congresso.
I teosofi lo interrogano sulla Bhagavad-Gita, letteralmente ‘Canto del beato’ o ‘Il canto del divino Signore’, che Arnold ha tradotto come The Song Celestial. Gandhi si vergogna di dover ammettere che lui non l’ha mai letto. Così si procura la traduzione di Arnold e scopre questo testo meraviglioso10, estratto del Mahabharata, che racconta la storia di Krsna, ottavo avatara di Visnu, manifestatosi sotto forma di bramino al principe Arjuna. Allo scoppio della grande guerra di Bharata, Arjuna esita a lanciare le sue truppe nella battaglia per paura di causare la morte di membri della sua famiglia e ne conversa con Krsna. Composto due secoli prima dell’era cristiana, questo testo spiega che il fine di ogni vita è sfuggire al ciclo delle rinascite attraverso la realizzazione del Sé, di “scoprire” quello che siamo in modo permanente, al di là della personalità e delle emozioni di ogni incarnazione. Tre versetti in particolare restano impressi a Mohandas: il 2,39 («La conoscenza dello yoga permette di agire senza essere legati ai propri atti»), il 2,71 («Colui che non è più attratto dai piaceri materiali, che non è più schiavo dei suoi desideri, che ha respinto ogni spirito di possesso e che si è liberato dalla tirannia dell’ego, può solo conoscere la serenità perfetta») e il 6,17 («Chi mantiene la misura nel mangiare e nel dormire, nel lavoro e nel riposo, può, con la pratica dello yoga, addolcire le sofferenze dell’esistenza materiale»10). In essi vede un’apologia dell’azione disinteressata e allo stesso tempo il rifiuto dell’isolamento dal mondo. Trentacinque anni dopo, Gandhi lo definirà: «il più importante libro di filosofia che abbia mai letto»170. È l’inizio di una spinta alla scoperta di sé, del rifiuto dell’occidentalizzazione. Dopo due anni a Londra, inizia così ad allontanarsi dall’Occidente. Ci vorranno vent’anni perché questa diventi la sua vera identità.
Legge anche La luce dell’Asia, la biografia del Buddha scritta da Arnold, in cui scopre il buddhismo, pressoché scomparso in India; inoltre scorre il Nuovo Testamento e trova delle similitudini tra il Discorso della Montagna e i versi del poeta gujarati Shamal Bhatt, che ha letto nella sua infanzia64.
All’inizio di settembre Gandhi partecipa ad alcune riunioni della London Indian Society, creata dall’avvocato Dadabhai Naoroji e dall’Anjuman Islamia, associazione di studenti indiani musulmani. Lì conosce Saccidananda Sinha, Syed Ahmed Khan, diventato Sir Syed, membro dell’Assemblea del Consiglio imperiale e della Commissione del servizio pubblico, e Harkishan Lal Gauba, un miliardario del Punjab (che sarà il primo presidente dopo le elezioni regionali del 1921). Li ritroverà tutti in momenti particolari della sua vita. Per la prima volta sente parlare seriamente di sogni nazionalisti; discute a lungo della rispettiva situazione dei musulmani e degli hindu in India. Gli hindu, pensa Lal Gauba, hanno acquisito per primi un’istruzione occidentale e lavorano negli uffici pubblici, nelle libere professioni e nel commercio, mentre alla classe media musulmana ciò è vietato a seguito della rivolta del 1857 (considerata dagli inglesi una sollevazione musulmana) e dai teologi musulmani che proibiscono loro l’accesso all’istruzione occidentale. Sir Syed si batte affinché i musulmani creino una struttura politica specifica, indipendente dal Congresso Nazionale Indiano. I musulmani, afferma Syed, non vogliono un’India indipendente, perché gli hindu li supererebbero numericamente e sarebbe come «una partita a dadi in cui uno dei giocatori ha quattro dadi, mentre l’altro ne ha uno solo»110! A meno di imporre prima, propone, la parità tra le due comunità. Tale questione sarà una delle sfide maggiori della storia indiana nei cinquant’anni seguenti. Oggi, in tutto il mondo, è la posta in gioco di ogni conflitto tra comunità.
Mohandas comincia dunque a leggere diversi giornali, in particolare il «Daily Telegraph» e il «Liberal Daily News». Non è attratto dai movimenti “socialisti” allora in voga a Londra; non gli interessano Marx né Darwin, le cui opere all’epoca fanno sensazione. Nemmeno l’utilitarismo di Bentham ha senso per lui109. Lui parla di cose molto concrete, ad esempio del sale, «prodotto pesantemente tassato in India»22, di cui gli inglesi si sono arrogati il monopolio: tornerà sull’argomento quarant’anni dopo e ne farà un punto chiave della sua battaglia.
A ottobre, va qualche giorno a Parigi presso un corrispondente teosofo per assistere a una fiera vegetariana64. Visita l’Esposizione universale, sale per tre volte sulla Torre Eiffel (e spende 7 scellini per poter dire di aver pranzato lì), entra a Notre-Dame e ne resta impressionato. Al suo ritorno, legge delle opere di Rousseau e Voltaire e si interessa alla Rivoluzione francese.
All’inizio del 1891, mentre in Inghilterra l’istruzione diventa obbligatoria, e René Panhard ed émile Levassor costruiscono la prima automobile a benzina di serie, Tolstoj scrive Il regno di Dio è in voi61, libro che, molto più avanti, segnerà profondamente Gandhi. A febbraio, apprende da una lettera del fratello che sua madre, Putlibai, è molto malata. Ha fretta di tornare: mancano ancora cinque mesi agli esami.
A marzo, davvero a corto di denaro dopo trenta mesi a Londra, va a vivere con Josiah Oldfield, direttore del «Vegetarian», in un minuscolo appartamento di due stanze al 52 di Stephens Garden, a Bayswater64. Sostiene gli esami a fine maggio e ancora prima di avere i risultati prende, con le sue ultime sterline, un biglietto di ritorno su un piroscafo che parte per Bombay due giorni dopo la data di uscita dei voti. Il 10 giugno viene a sapere che ha passato tutte le prove, compresa quella di latino, arrivando trentaquattresimo su 309. Un considerevole successo per quel giovane al suo arrivo così incolto. L’11 si iscrive al Foro di Londra, a Inner Temple, dove si riuniscono gli avvocati. Il 12, poco meno di tre anni dopo il suo arrivo a Londra, si imbarca per Bombay, ansioso di rivedere la madre, che intuisce in gravi condizioni: nel cuore ha «solo qualche barlume di ottimismo misto a disperazione». Il numero del 13 giugno 1891 del «The Theosophist» pubblica la sua foto con una nota di ringraziamento per i servigi resi all’associazione.
«Vivere leggeri per arrivare a Dio»
Al suo arrivo a Bombay, il 7 luglio 1891 (il viaggio dura ancora circa un mese) si precipita a Mani Bhavan, residenza di Sir Pherozeshah Mehta (che a Londra non ha incontrato) dove, secondo gli ufficiali della nave, l’attende un telegramma. È lì che apprende da un messaggio di uno dei suoi fratelli la morte della madre, avvenuta quindici giorni prima. Non ha nemmeno potuto assistere alla cremazione. Per lui è un colpo terribile: l’unica donna che amava... Porta sempre al collo la collanina di Visnu che lei gli ha regalato il giorno della sua partenza.
Quella stessa sera, da Mehta, in un momento cruciale della sua vita in cui avrebbe avuto tanto bisogno di parlare con la madre, conosce un personaggio che gli cambierà la vita: Shrimad Rajchandra o Muni Ratanchandraji52. Non sarà l’unica volta che una nuova guida capiterà sulla sua strada nel momento esatto in cui un’altra muore... Gandhi dirà di Rajchandra: «La sua intelligenza, grande quanto il suo ardore morale, mi sarà costantemente di rifugio nei momenti di crisi spirituale»170. Shrimad Rajchandra gli apparirà come una reincarnazione della madre, fornendogli esattamente ciò che aspettava per approfondire la sua ricerca filosofica.
Shrimad è del Gujarat, della stessa casta di Mohandas, i Modh Vanik. È nato il 9 novembre 1867 a Vavania Bandar, paese limitrofo a Rajkot. Si definisce «erudito abitato dalla speranza di vedere Dio faccia a faccia»52. Genero del fratello del dottor Mehta, gode già, quando Mohandas lo incontra, di una reputazione considerevole: dall’età di sette anni sostiene di ricordare alcune delle sue precedenti vite; è quello che si chiama un jatismaranajnana. A tredici anni è diventato giaina e il padre l’ha iniziato al mestiere di prestatore di denaro: ha cominciato allora a scrivere poesie e saggi sull’arte della meditazione52. A sedici anni, scrive una grande opera sul giainismo, il Moksamala133. Per di più la sua grafia è così bella che il maharajah di Kutch, regione vicina al Gujarat, lo invita regolarmente perché copi dei documenti importanti. È inoltre capace di fare giochi eccezionali: ad esempio, solo vedendo diversi piatti, sa dire quali sono i più salati. Dotato di una memoria quasi illimitata e di un’intuizione senza pari, è dunque quello che gli indiani definiscono uno satavadhani (‘colui che ha la facoltà di ricordarsi o di seguire cento cose alla volta’). Nel 1887, a vent’anni, lo ha dimostrato in pubblico a Bombay portando avanti rapido cinquantadue attività intellettuali simultaneamente, tra cui scacchi, moltiplicazioni e divisioni, puzzle e giochi di parole. In quello stesso anno, sposa Zabakbai, nipote del dottor Mehta. Dopo il matrimonio, adotta ben presto l’astinenza sessuale, secondo la tradizione mistica, per non perdere niente di se stesso. Afferma infatti:
Non c’è alcun piacere nel contatto fisico; se tu pensi ancora di trovarne uno, analizzane la reale natura e vedrai che è un’illusione. L’imperfezione di questo piacere non risiede nella donna, ma nella tua anima, e quando la ricerca di questa imperfezione sparisce, ciò che l’anima percepisce è davvero meraviglioso e pieno di gioia.52
A ventidue anni, nel 1889, osserva:
Ho una grande esperienza sull’anima, la natura e i mutamenti dello spirito, e sulle cause dell’interminabile infelicità [...]. Ho anche scoperto il disinteresse, l’indifferenza serena. Ho molto meditato sul modo di raggiungere l’immortalità e sulla breve durata della vita [...]. Noto un abisso incolmabile tra il mio sapere di oggi e quello che ero quando amavo le cose della vita.52
Quando Mohandas lo incontra, Rajchandra, che si rifiuta di dipendere finanziariamente da chicchessia, lavora da un artigiano di diamanti, Revashankar Jagjivan. Indossa una dhoti, una specie di pigiama fatto di un solo drappo senza cuciture, e un turbante, anch’esso fatto con un panno senza cuciture. Senza cuciture, come il mondo che sogna.
Quella sera Mohandas, non credendo alle doti di quell’uomo, gli chiede di leggere rapidamente e poi recitare a memoria una lunga lista di parole latine e francesi, lingue che Rajchandra non conosce. L’altro esegue senza alcuna difficoltà, ma prega Mohandas di non chiedergli mai più cose del genere: «Non voglio essere una fiera da baraccone. Solo Dio mi interessa. Posso vivere senza acqua né aria, ma non senza Dio»52. Nei giorni seguenti, i due giovani fanno lunghe conversazioni. Mohandas ha bisogno di trovare se stesso, senza per il momento rinunciare all’Occidente. Avendo cominciato a scoprire la sua cultura a Londra, adesso vuole approfondirla, anche se resta ancora qualcosa di esterno che non guida la sua vita.
Torna a Rajkot per rivedere la moglie e il figlio; non li vede da tre anni. Cerca invano di essere riammesso nella sua casta e si stabilisce a Bombay come avvocato. Contemporaneamente, prosegue la sua ricerca personale e gradualmente instaura con Rajchandra un rapporto discepolo-maestro. Rajchandra parla con voce dolce, sorride sempre, come illuminato da «una gioia interiore», dirà Gandhi. «È una specie di reincarnazione della dea della saggezza, Saraswati. [...] Ed è certo che questa vita sarà l’ultima per lui, poiché è incredibilmente vicino alla liberazione»170. La parola del guru è magnifica: «Colui il quale, appena ha terminato il dovere di effettuare delle pesanti transazioni d’affari, si mette a scrivere delle cose nascoste dello Spirito, quello non è un uomo d’affari, ma un vero ricercatore della Verità». Spiega inoltre: «Bisogna vivere con leggerezza per arrivare a Dio». E aggiunge: «Nessun oggetto a questo mondo ha importanza. Noi siamo guidati dal desiderio divino»52. Rajchandra racconta i Veda al giovane avvocato appena tornato da Londra. Gli parla dell’islam, del cristianesimo, del zoroastrismo. Per lui come per i giaina, ogni religione è una via che permette all’uomo di accedere a Dio; nessuna può pretendere di avere la conoscenza esclusiva della Realtà Ultima. Gandhi vi ritrova, con tutta un’altra potenza, l’insegnamento perduto di sua madre. Rajchandra consiglia all’amico di leggere il Pancikarana, la Mani-ratna-mala, il capitolo dello Yoga Vasista sul non attaccamento, la prima parte del Kavya Dohana e il suo libro, Moksamala109. Gandhi legge tutto, affascinato; pensa che Rajchandra sia «il miglior indiano dell’epoca»107. Gli domanda: «Che devo fare se vedo un serpente che sta per mordermi?». Rajchandra risponde: «Dato che noi sappiamo che il corpo è mortale, perché uccidere il serpente attratto da un tal corpo? Colui che vuole salvare la propria anima deve permettere al suo corpo di morire». Trent’anni più tardi Gandhi ripeterà questa frase, parola per parola, a un discepolo sulla cui camicia sta strisciando un serpente.
Riconoscendo quanto deve a Rajchandra, scriverà: «Ho conosciuto più di un capo religioso o maestro, ho cercato di conoscere i migliori delle diverse fedi, e devo dire che nessuno mi ha impressionato quanto Rajchandrabhai. Le sue parole sono penetrate profondamente in me»170.
Infatti Gandhi ha appreso da lui misteriose tecniche di digiuno, di meditazione, di percezione della realtà, che chiamerà in seguito «il mio istinto». Spesso seguirà il suo istinto, invece della ragione...
L’avvocato mancato
Durante questo apprendistato, Gandhi cerca anche di diventare avvocato. Pietoso tentativo: a settembre del 1891, si iscrive al Foro presso la Corte d’Appello di Bombay, dove trova un appartamento degno di quello che pensa essere lo status di un uomo di legge. Vuole che la moglie e il figlio si vestano all’europea. Kasturba rifiuta. Lui insiste. A colazione, mangia e fa mangiare loro, come faceva a Londra, porridge con cioccolata110.
Ma non è portato a perorare le cause; ancora non ama parlare in pubblico. Anche se si sforza, si impegna, cerca di controllare la sua timidezza, il nervosismo, la sua bramosia sessuale. In più, gli studi effettuati in Inghilterra non prevedevano niente sul diritto indiano, un miscuglio di diritto inglese, costumi locali e diritto musulmano. Così i clienti non vengono e lui fallisce tanto miseramente nel controinterrogatorio di un testimone che deve restituire i soldi alla sola e unica cliente che era riuscito ad avere...
All’inizio del 1892, cioè dopo nove mesi, con la morte nel cuore rinuncia alla carriera da avvocato e si mette a cercare un posto da professore di inglese, dovunque sia, solo per guadagnarsi da vivere. Ma non ha i diplomi necessari e deve di nuovo rinunciare. A marzo, si rassegna a tornare a Rajkot54. Ad aprile, si stabilisce lì, con la moglie di nuovo incinta e il figlio, per lavorare dal fratello Lakshmidas, diventato un modesto avvocato: anche lui ha quasi dato un colpo di spugna alle sue grandi ambizioni. La moglie partorisce un secondo figlio maschio, Manilal.
Passa a Porbandar, dove non è riammesso nella casta, ma è nominato “compagno” del principe di Porbandar, cioè membro di un’assemblea senza il minimo potere: che declino rispetto a suo padre, che regnava sulla città!
È la fine delle sue speranze. A Londra ha gustato la libertà e la penisola del Kathiawar gli sembra assai provinciale. Si scrive tutti i giorni con Rajchandra, a Bombay, che lo aiuta a sopportare le delusioni. Scrive delle istanze per i piccoli casi che tratta il fratello e si rende conto che neanche stavolta andrà lontano: gli altri avvocati di Rajkot, i Vakil, conoscono la legge indiana molto meglio di lui e chiedono onorari da fame ai loro clienti. È l’impasse.
Arriva poi un altro dispiacere: suo fratello Lakshmidas, che ancora sogna di diventare il prossimo divan della città, è accusato di cattiva gestione dal nuovo “residente” (funzionario) britannico. Coincidenza: Mohandas lo conosce, si tratta di Charles Ollivant, conosciuto a Londra due anni prima! Mohandas si vanta allora di poter sistemare la faccenda, ma lo studente divenuto funzionario rifiuta di riceverlo e, quando Mohandas insiste, lo fa cacciare dal suo ufficio! Indignato, Mohandas vuole sporgere un reclamo34. Il fratello lo prega di non insistere: queste delusioni toccano quotidianamente a tutti gli indiani.
È per lui una grandissima umiliazione e il suo primo vero contatto con la politica, che finora aveva seguito ben poco: infatti non sa che, quell’anno, si parla di tenere la riunione plenaria annuale del Congresso indiano a Londra; né che il dirigente più radicale, Tilak, propone di scegliere il giorno della festa di Ganesa, il dio con la testa di elefante, come festa nazionale dell’India; né che nel Maharashtra è appena emerso un altro importante leader nazionalista, un professore, bramino e moderato, Gopal Gokhale: vent’anni dopo, Gandhi ne diventerà il discepolo prediletto, poi il successore.
Sempre quell’anno, a Londra, il governo Gladstone, tornato al potere, apre i consigli provinciali consultivi ad alcuni notabili indiani proposti al viceré dalla Camera di Commercio di Calcutta e dai “consigli legislativi provinciali”, i cui membri sono a loro volta imposti dalle municipalità e dalle università59. La proposta è ridicola: «Il governatore generale e i governatori delle province possono trovare comodo e utile consultare di quando in quando questi enti e raccogliere i loro pareri e raccomandazioni prima di selezionare dei membri [indiani] dell’alta amministrazione»59. Il viceré dell’epoca, Henry Petty FitzMaurice, giudica tuttavia questa proposta troppo audace e ne blocca l’applicazione. Lord Archibald Rosebery, ex ministro di Gladstone e in seguito suo successore, riassume così l’opinione che gli inglesi hanno di sé: «È compito dell’Inghilterra prendersi la sua parte di responsabilità, ed è una fortuna che il mondo, nella misura in cui esso può essere plasmato, riceva l’impronta anglosassone piuttosto che un’altra»59.
A gennaio del 1893, su consiglio di Rajchandra, con cui continua la corrispondenza, Mohandas si reca sul fiume Godavari, nel Maharashtra, vicino Nasik, per una cerimonia di purificazione presso il tempio di Naushya Ganapati, dove c’è un’importante statua di Ganesa109. Lui non è autorizzato a condividere l’acqua con un bramino e deve accontentarsi di un pranzo offerto dal fratello ai membri della sua casta. L’ennesima umiliazione.
In mancanza di meglio
A marzo la sua vita è un fallimento su tutti i fronti, eccetto quello familiare. È disperato: una moglie, due figli e nessun avvenire. Partire? Per dove?
Cerca lavoro ad Ahmedabad, a Calcutta: niente. Viene dunque a sapere che un’azienda di Porbandar, diretta da un musulmano del Gujarat, Abdullah Duda, che fa affari con il Sudafrica, ha un contenzioso per 40.000 sterline (una somma enorme) con la società di un altro mercante musulmano gujarati, la Surtee Muslims. Il rappresentante di Abdullah a Porbandar gli propone di andare a Durban, nel Natal, per tradurre in inglese e spiegare agli avvocati locali la contabilità di Abdullah, tenuta in gujarati. Non è proprio un lavoro da avvocato, ma all’epoca non c’è nessun legale indiano nei vari Stati del Sudafrica. Il contratto è per un anno, con viaggio andata e ritorno in prima classe, tutte le spese pagate e 105 sterline di onorario. Le condizioni non sono particolarmente interessanti, anzi, abbastanza modeste. Inoltre, Gandhi non sa niente di quel diritto e non conosce nessuno in Sudafrica. Ma non è nella posizione di rifiutare, per lui è un’occasione insperata. In mancanza di meglio, deve perciò accettare, e con riconoscenza: nel momento in cui tutto gli va male, sono dei musulmani a venirgli in soccorso. Non lo dimenticherà mai. Addirittura morirà per questo...
Il 19 aprile 1893, dopo essere restato solo venti mesi in India, lascia di nuovo a Rajkot la moglie, questa volta con due figli, Harilal e Manilal, e si imbarca sul piroscafo Safari diretto a Durban, capitale della provincia del Natal. Partito per starci dodici mesi, ci resterà ventun anni...