Kostas Koutsourelis

La battaglia quotidiana dei greci, gli uni contro gli altri, tra diffidenza assoluta verso lo sconosciuto, devozione verso il conoscente e massima solidarietà contro il nemico comune: lo stato che ti opprime. Un ritratto tragicomico che penetra nel profondo della società greca.

Microdrammi ateniesi

Traduzione di Elisabetta Garieri

KOSTAS KOUTSOURELIS — Poeta e saggista, è nato ad Atene e ha studiato Giurisprudenza e Teoria della traduzione in Grecia e in Germania. È autore di poesie, saggi e libretti d’opera. Come traduttore ha lavorato su testi di Novalis, Octavio Paz, William Shakespeare, Rainer Maria Rilke e Gottfried Benn. Tra le sue ultime pubblicazioni, un saggio su Konstantinos Kavafis del 2013, e il poema Grámma ston Odysséa Elýti («Lettera a Odysseas Elytis») del 2015.

Estate, Atene, venti metri sottoterra. Fermata Ambelòkipi, ora di punta. Signora affannata, carica di ogni tipo di borse, lotta per infilarsi nel vagone. La lotta è impari: la folla che le sta davanti è compatta e riluttante ad assecondarla. La signora suda sforzandosi di stare in acrobatico equilibrio sulla soglia, quasi sospesa tra il bordo del treno e la banchina. Con spalle, schiena, anche, roteando i suoi voluminosi beni, preme sull’enorme massa di carne inerte dietro di lei, nel tentativo di guadagnare i centimetri vitali che le consentirebbero di incastrarsi. Invano. Il riassestamento, la nuova spartizione dei pochi centimetri quadrati nell’immediata vicinanza delle porte si rivela alla fine una pretesa troppo ambiziosa. La signora si arrende. Caricati in spalla gli acquisti, la lingua penzoloni, cerca un’altra porta, un altro vagone, con meno umanità.

Eppure, appena pochi centimetri a destra e a sinistra dei posti in piedi, nei corridoi davanti ai sedili, nel mantice che collega i vagoni, non c’è poi così tanta gente. Con un semplice passo di un metro, una lieve scivolata verso l’interno di quel corpo di ballo compresso, si potrebbe guadagnare spazio sufficiente per i passeggeri tardivi, anche i più carichi di pacchi. Ma quel semplice piccolo passo non lo fa nessuno. Meno che mai chi è schierato in ordine sparso davanti alle porte, disposto a pigiarsi all’inverosimile piuttosto che sacrificare la prossimità all’uscita.

L’interno del vagone è per tutti luogo indesiderato, a quanto pare. Di fronte ai nuovi arrivati i «vecchi» reagiscono come silenziosi alleati, puntano i piedi, oppongono resistenza come a dire: «Eh no, io da qua non mi muovo!» No pasarán! Dietro di loro gli altri fanno finta di non vedere, come se la battaglia non li riguardasse. Mentre in realtà stanno così trasmettendo il loro messaggio agli occupanti della zona di confine: tieni la tua postazione, resta dove sei, se retrocedi non pensare che guadagnerai a spese nostre le spanne che hai sperperato altrove.

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Porta di un palazzo amministrativo. Coda. In realtà più che una coda, la forma che disegna la folla si potrebbe descrivere come un imbuto – stretto all’imboccatura, largo alle estremità. La gente affluisce da tutte le direzioni. Turni e precedenze qui non contano, è solo una questione di flusso, tutti anelano a diventare quanto prima la fortunata goccia che riuscirà a scorrere fino all’ingresso.

La signora settantenne (capelli ossigenati, soprabito in pelle color tabacco, foulard di tutti i colori dell’iride, vistosa borsa firmata) strategicamente posizionata dietro, obliqua sulla sinistra, allunga il piede al livello della spalla di quello davanti. All’inizio con fare sornione, esplorativo. Poi, appurato che la volontà di resistenza è nulla, a poco a poco lo aggira e lo sorpassa. Dietro di lei, con la stessa modalità, segue l’intera famiglia (figlio quarantacinquenne e nuora con pargolo in età preadolescenziale).

Un quarto d’ora dopo, guadagnati almeno tre metri, sempre in sordina, tutto il branco continua ad avanzare sgusciando e superando uno dopo l’altro quelli che lo precedono. Al loro seguito, come un ruscello che si fa strada svelto nell’acqua ferma, anche gli altri imitano il loro esempio.

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I greci nello spazio pubblico sono contraddittori. Per uno straniero è difficile sospettarlo. Davanti a lui sfoderano il loro sorriso migliore, sono cordiali, alla mano, premurosi. Tra loro, invece, sono sgarbati, litigiosi o anche apertamente ostili. Soprattutto nelle grandi città, la diffidenza sembra l’unica vera costante.

Si tratta di un atteggiamento legittimo. Il regolare passeggero della metropolitana ateniese sa per esperienza che se si ritrova lontano dalle porte nelle ore di punta, sarà difficile che lo lascino scendere in tempo alla sua fermata. La regola logica che funziona normalmente – chi esce ha la precedenza, chi entra aspetta il suo turno – in quei momenti è sospesa. L’ondata di tutti quelli che da fuori spingono per entrare nel vagone sovraffollato, per non dover aspettare il prossimo, è così travolgente che a volte anche chi è sulla porta fa fatica a scendere. Figuriamoci chi sta cinque metri più in là, dove dieci corpi lo separano dall’agognata meta. Quindi, se si vuole evitare lo stress e prevenire il rischio di ritrovarsi a sgomitare tra gli assalitori e quelli che stanno piantati lì, la cosa migliore è piazzarsi il più possibile vicino all’uscita. Anche se questo significa starsene per vari minuti pigiati come sardine.

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Quanto alle code non c’è molta differenza. La disciplina dei popoli nordeuropei, che vuole che le persone si allineino una dietro l’altra in modo benevolo e collaborativo, qui non sembra neanche essere presa in considerazione. La legge empirica della diffidenza prende il sopravvento. È assolutamente certo, come l’amara esperienza insegna scoraggiando qualsiasi inclinazione alla gentilezza, che parecchi cercheranno di eludere la fila naturale e soffiare agli altri la precedenza.

Per i più educati, o i più galantuomini, la scelta in questi casi non è facile. O sono disposti ogni volta a litigare di persona con i furbetti – pratica che, ahimè, non è affatto indolore, essendo costoro spesso cafoni, insolenti e pronti a menar le mani. Oppure non possono che subirli, sopportarli senza protestare, lasciando che la propria vocina interiore li sgridi per la loro vigliaccheria e passività. Nelle code si incontrano entrambi gli atteggiamenti. Spesso però prevale il secondo: quanto coraggio, quanta resistenza al conflitto si può avere ogni giorno?

Solo i musi lunghi amareggiati che tentano di esprimere indifferenza, o addirittura stoicismo, testimoniano il loro turbamento interiore. Per alcuni la giornata è già andata storta: la loro ritirata, lo sanno, non è un atto di superiorità, ma una chiara sconfitta, e quel che è peggio una sconfitta senza lottare. Sono gli stessi che, alla prossima analoga occasione, di colpo esploderanno con una violenza del tutto ingiustificata dall’attuale circostanza, ma che si spiega con le tante frustrazioni accumulate.

È vero che negli ultimi anni il sistema di ritiro del numero di priorità ha notevolmente ridotto il problema. Ma nelle situazioni informali, dove non è la gente sensata ad avere la meglio, sono ancora i riflessi condizionati a prevalere. Stipati in massa, da amabili concittadini si trasformano, più o meno automaticamente, in un branco riottoso. Da compatrioti accomodanti in nemici in agguato.

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Negli anni dell’acuirsi della crisi greca, tra il 2011 e il 2015, spesso i passeggeri dei mezzi pubblici di Atene non compravano il biglietto. Non ce n’era bisogno. Alla fermata dell’autobus o del tram c’era sempre qualcuno che scendendo gli dava il suo. Molte volte se lo trovavano davanti al naso, lasciato apposta accanto all’obliteratrice. Avendo una validità di novanta minuti dal timbro, passando di mano in mano, un biglietto può effettivamente servire a più persone. Ovviamente è vietato e se il controllore lo scopre, la multa può essere molto salata. In quel periodo, però, nessuno controllava e il fenomeno si è diffuso al punto che, per debellarlo, l’amministrazione della metropolitana è stata costretta a commissionare delle barriere elettroniche e, in effetti, da quando sono state installate il numero di abusivi è sceso a picco.

Questo genere di dimostrazioni di «solidarietà » tra sconosciuti non è affatto insolito. Sulle strade greche, per esempio, l’automobilista che ha appena incrociato una volante della polizia lo segnala con gli abbaglianti alle macchine che arrivano nell’altro senso. Il messaggio è chiaro. Attenzione, moderate la velocità, più in là vi aspetta un’imboscata! Quando ci sono in giro controlli della guardia di finanza o ispettori del lavoro o sanitari nei dintorni si diffonde subito uno stato di allarme. Non solo chi è già stato controllato, ma ogni persona che capiti lì per caso ritiene suo dovere avvertire.

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A prima vista queste reazioni sembrano in antitesi con quelle già rilevate, alimentate dalla mutua diffidenza dei greci, un incentivo alla loro conflittualità. Ma è solo un’ingannevole apparenza. Questi fenomeni, infatti, non solo non sono per niente indice di un superamento di quella diffidenza, ma ne sono al contrario la più evidente conferma. Perché, ancora più che dei suoi privati compatrioti, il greco diffida delle pubbliche autorità. Quando si coalizza con gli altri contro lo stato e i suoi rappresentanti, non lo fa per un principio di mutuo soccorso, uno spirito di sostegno reciproco, e neppure per qualche senso di giustizia o il desiderio di opporsi ad arbitrari abusi di potere – al contrario. La maggior parte delle volte, e lo sa benissimo, accorre in aiuto di trasgressori con cui è probabile che non abbia affatto buone relazioni. Ma la sua sfiducia nello stato pesa ancora di più. Ed è tale da vedere in queste microcospirazioni architettate con gli altri una forma di autodifesa preventiva. Domani, o dopodomani, o comunque presto, si troverà anche lui nella situazione di quelli che sta aiutando. E allora è buona cosa averli dalla propria parte, che sappiano chi li ha sostenuti, così a loro volta lo sosterranno quando sarà il momento.

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Date le circostanze, è logico che ogni forma di collaborazione con le autorità, di assistenza al loro lavoro venga considerata riprovevole. Perfino il privato cittadino che ha interesse personale a denunciare il dirimpettaio – perché, per esempio, occupa abusivamente spazi comuni, o provoca rumori molesti a orari inaccettabili – lo fa di rado e con riluttanza. Per tutte le denunce, anche le più ragionevoli, la parola greca di uso comune è «inchiodamento», che qui significa «delazione», eticamente un atto di tradimento. L’esempio del cittadino svizzero che telefona ai servizi del Comune per denunciare il vicino che lascia la spazzatura in giro, per il greco è inconcepibile. Di fronte al grande avversario comune, che è sempre lo stato, le divergenze private svaniscono. Di fronte al Leviatano senza volto che ci governa – come massima implicita – noi altri, da questa parte, dobbiamo essere uniti. Nelle difficoltà, dobbiamo stare insieme.

A spiegare il fenomeno ci sono, ovviamente, ragioni storiche. Per secoli i greci hanno vissuto sotto regimi barbari, sotto poteri tirannici. Le piccole e grandi insurrezioni armate contro l’Impero ottomano registrate dalle cronache sono più di 120 tra il 1453 e il 1821, cioè dalla caduta di Bisanzio fino all’avvio della lotta per la riconquista dell’indipendenza nazionale. Sono decine e decine le sommosse sanguinose contro i «franchi», gli stati feudali occidentali che si insediarono nei territori greci dopo il 1204, e che nelle isole in particolare rimasero per molti secoli. Nella condizione di una secolare dominazione straniera, la disobbedienza e la ribellione contro lo stato, il raggirarlo con ogni mezzo, non erano solo una necessità pratica, né solo eticamente ineccepibili, erano un modo di vivere, o meglio: una strategia di sopravvivenza.

Anche in seguito, dopo l’indipendenza, le ripetute guerre civili, le divisioni politiche e le dittature hanno mantenuto vivo questo sentimento. A prescindere da quale schieramento fosse al potere, aveva almeno metà della popolazione fanaticamente contro e doveva fare continuamente i conti con un’irriducibile resistenza. Gli storici parlano di spirito, di cultura della resistenza. E, com’è noto, i comportamenti radicati nella cultura di un luogo non cambiano facilmente. Perdurano in modo atavico, anche quando le condizioni che li hanno generati sono ormai cambiate.

Basti pensare alla relazione feticistica dell’americano con le armi, alla sua forte sfiducia nei confronti dello stato, al tono spregiativo che perfino la parola government ha sulle sue labbra. Tutto ciò ha naturalmente le sue origini nella storia, nei pericoli e nell’assenza di leggi che hanno accompagnato l’avventura della colonizzazione. Ma oggi, avulso dal contesto di partenza, alimenta una violenza insensata, mantiene in vita la cultura del farsi giustizia da sé e del sangue. Il greco – con l’eccezione dei cretesi – non ha l’idolatria delle armi dell’americano. Anche lui però si sente continuamente minacciato, abitante di un selvaggio e permanente Far West. E ha trovato le sue modalità di difesa, che spesso sono altrettanto catastrofiche.

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Ufficio di una banca. Impiegato scorbutico, riluttante, insoddisfatto. Davanti a lui un cliente dall’aria evidentemente smarrita tiene sulle ginocchia una busta rigonfia di documenti, attestazioni, certificati. In fretta, quasi con premura, li esibisce obbediente. Nessuno basta. L’impiegato scorbutico, riluttante, insoddisfatto ha puntato i piedi. L’intera postura del suo corpo sembra pronunciare un sonoro «Impossibile!» Il cliente suda. Da dietro si sente il suo respiro flebile. Affannoso.

All’improvviso, un grido. Un collega dell’impiegato che passa nella grande sala: come se riconoscesse il cliente. Si ferma alle sue spalle a due passi da lui. Lo chiama di nuovo. Quello, colto di sorpresa, si gira. Contenti e stupiti allo stesso modo, si abbracciano. Il cliente: «Non avevo idea che tu lavorassi qui!» Il collega si gira verso il primo impiegato: «Ma lo sai chi è?» L’impiegato evidentemente non lo sa. Però lo viene a sapere. I tre adesso chiacchierano come vecchi amici inseparabili. Quando il cliente se ne va, l’impiegato premuroso, affabile, compiaciuto gli dà la mano. Non c’è motivo di tornare, si intende, si occuperà lui del suo caso. Consideri pure la questione chiusa.

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Grande ospedale della capitale, prime luci dell’alba. Reparto di terapia intensiva. Sala d’attesa. In un angolo il medico curante, stanco e insonne, spiega qualcosa ai famigliari del paziente. Quando finisce, un giovanotto (figlio? fratello?) gli tende timidamente una busta. Il medico sul momento fa il gesto di rifiutare. Il giovanotto insiste. Il medico alla fine cede, con una mossa di destrezza che può essere vista come normale espletazione di una formalità, o sincero ritegno. Prima di uscire, afferra il giovanotto per le spalle, in modo rassicurante. Come per dirgli: «Io sono qui.»

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Quasi duecento anni dopo la proclamazione dell’indipendenza politica della Grecia moderna, per i suoi cittadini lo stato fondato allora, e con esso ogni autorità superiore, astratta, «impersonale», rimane ancora oggi un avversario. Niente è più estraneo al greco dell’idea che ci si possa affidare, anche solo guardare con fiducia, all’equanimità di una legge o alle buone intenzioni di un’istituzione, di un servizio pubblico, di una società. Al contrario, quanto più profondamente è immerso nella realtà della vita (a maggior ragione se appartiene agli strati sociali deboli, vulnerabili) tanto più incrollabile è la sua consapevolezza: non c’è altra garanzia al di fuori della relazione a tu per tu. Un giorno o l’altro, se non verrà trattato correttamente, per chiedere spiegazioni potrà chiamare solo chi conosce di persona, oppure chi conosce qualcuno che conosce. Perciò, per principio, c’è solo una persona a cui può rivolgersi. Il greco si sente responsabile solo verso il suo conoscente, è il solo che «sollecita il suo amor proprio», è il solo che conta e a cui rendere conto, e quando le cose si mettono male, è solo nel suo aiuto che può sperare.

Un osservatore straniero parlerebbe di corruzione. In effetti la stampa europea si è pronunciata unanimemente sulla nostra corruzione endemica, al culmine della crisi che ha portato il paese sull’orlo della bancarotta. Perfino l’allora nostro primo ministro ha descritto così la Grecia: un paese corrotto. Ma l’idea normale di corruzione è sostanzialmente troppo superficiale, troppo moralistica per descrivere la realtà dei fatti. La spintarella, la bustarella, l’ungere, le conoscenze: alcune di queste espressioni sono tristemente note anche all’estero, ma non sono tipici atti di corruzione come li intenderebbe un tedesco o un americano. Sono meccanismi simbolici che servono ad acquisire familiarità. E come gesti superano di molto l’importanza dell’atto che regolano.

Il paziente che volontariamente corrompe il suo medico, non lo sta semplicemente comprando. Fa qualcosa di più profondo: fonda una relazione personale per mezzo della correità. Il contatto professionale, neutro, di cui non si fida, come non si fida a priori della scrupolosità e dell’idoneità di nessuno, qui si personifica. Con la bustarella il medico gli diventa in un certo senso familiare, un vero e proprio socio, dando al paziente una qualche garanzia che farà correttamente il suo lavoro – garanzia che altrimenti nessun requisito richiesto, nessun controllo istituzionale può fornirgli. Lo stesso vale per l’impiegato della banca. La conoscenza personale, oppure la presentazione da parte di un comune conoscente, è un’assicurazione aggiuntiva, una conferma di prossimità in grado di piegare anche la più rigida burocrazia. Perfino in un istituto di credito privato l’asticella delle pretese scende drasticamente quando il legame con il cliente smette di essere formale e impersonale. Con ciò che ne consegue…

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I genitori che pagano un piccolo patrimonio l’insegnante del figlio perché gli dia lezioni private dopo la scuola; il negoziante che finge di tenere da parte la merce migliore per il suo cliente («Non quella! Aspetta che te la do io quella buona!»); l’editore che lusinga lo scrittore dimostrandogli che pubblicherà il suo libro senza neanche averlo letto, tutti quanti personificano, danno cioè alla relazione professionale l’aspetto – o semplicemente l’apparenza – di un legame personale, perché sanno che alla fin fine i greci si fidano solo di quello.

Di fatto, in assenza di altri meccanismi di composizione dei conflitti, senza fiducia nella possibilità che siano leggi e istituzioni a mettere ordine, quale altra assicurazione si può avere se non il contatto personale diretto? In un ambiente di diffidenza costante, di perenne battaglia degli uni contro gli altri, la fiducia per nascere deve essere viva e sentita: personale. Solo legami simili possono allentare le tensioni e appianare le divergenze. Solo questi hanno la forza di contribuire alla catarsi nei microdrammi della vita scombinata. common